Scopri la grotta

La Grotta di Fumane, situata nel comune di Fumane (Verona), è uno dei maggiori siti archeologici preistorici noti in Europa. Le ricche testimonianze conservate nei depositi di riempimento di questa cavità, oggetto di ricerche scientifiche coordinate dall’Università di Ferrara, rappresentano un documento eccezionale delle frequentazioni dell’Uomo di Neandertal e dei primi Uomini sapiens. Questo giacimento è fondamentale per studiare il modo di vita, l’economia e la tecnologia dei rappresentanti di un’umanità del passato che frequentarono la Valpolicella per oltre 50.000 anni, ma anche per comprendere i meccanismi che hanno portato, attorno a 40.000 anni fa, all’affermazione della nostra specie in Europa.

Segnalata già alla fine del XIX secolo, la Grotta di Fumane fu oggetto nel 1964 di una prima indagine stratigrafica alla quale seguì, dopo un lungo periodo di abbandono, una nuova fase di ricerche archeologiche, geoarcheologiche, paleontologiche e paleoantropologiche coordinate dall’Università di Ferrara.

Sormontata da una parete di calcari dolomitizzati, la grotta si apre a 350 m di quota nel Parco Naturale Regionale della Lessinia ed è connessa a un complesso insieme di cavità carsiche fossili ostruite da depositi clastici e da un corpo di frana che, una volta rimosso, permise di esporre i livelli abitativi di Homo neanderthalensis e di Homo sapiens.

A distanza di poco più di trent’anni dalla prima campagna di scavo (1988), Fumane è oggi riconosciuta dalla comunità scientifica internazionale come uno dei giacimenti più importanti d’Europa, poiché conserva evidenze riconducibili a un insieme di eventi climatici avvenuti tra circa 200.000 anni fa e la fine dell’ultimo ciclo glaciale, tra Pleistocene medio e superiore. Oltre che rappresentare un’importante fonte di informazioni per la ricostruzione delle variazioni climatiche ed ecologiche di questa zona durante il Pleistocene Superiore, un’articolata successione di strati, le loro caratteristiche litologiche e il contenuto paleontologico restituisce anche le evidenze della sostituzione dei Neandertal da parte dei sapiens. Dal 2005, la Grotta è accessibile ai visitatori del Parco della Lessinia attraverso un suggestivo percorso che permette di esaminare le stratigrafie e riconoscere le tracce degli abitati paleolitici.

I depositi, la loro stratificazione e la loro origine

Grotta di Fumane è parte di un reticolo carsico inattivo almeno fin dal Pleistocene medio recente, evoluto a spese della formazione dell’Oolite di San Vigilio, un complesso carbonatico caratterizzato da alternanza di membri calcarenitici e calcilutitici. Pozzi e gallerie, una volta apertesi sul versante dell’incisione torrentizia del “Vajo di Manune”, iniziarono a degradare colmandosi con un deposito stratificato, attualmente accessibile ai visitatori lungo le due principali sezioni esposte. Diversi tipi di sedimenti lo costituiscono: sabbie dolomitiche residuali, polveri eoliche, frammenti spigolosi e massi rocciosi più grandi caduti dalla volta e dalle pareti della grotta. La successione stratigrafica si compone delle seguenti unità.

  • Sabbie Basali (Unità S). Si tratta di sabbie dolomitiche con pietrisco a stratificazione planare con intercalati livelli ricchi di carbone e sostanza organica, manufatti in selce scheggiata e resti faunistici. L’unità poggia sulla roccia alterata del complesso carsico.   
  • Brecce (Unità BR). Componente principale di questa unità è il pietrisco a spigoli vivi che deriva dall’azione crioergica sulla volta e le pareti della cavità. La frazione fine è costituita da limi eolici, dominanti a tratti sulla frazione pietrosa. Le tracce dell’antropizzazione variano da molto intense alla base (strato BR11) a più disperse (BR7). Un consistente suolo d’abitato con focolari lo si ritrova in BR6, che riposa su una superficie erosiva. BR6 è coperto da pietrisco sciolto (BR5 – BR1).
  • Unità fortemente antropizzate (Unità A). Questo insieme di livelli e strati piano-paralleli è costituito da pietrisco sciolto, sabbie, limi e molto materiale archeologico. La diversa incidenza di queste frazioni e la variazione del contenuto di sostanza organica e materiale carbonizzato differenziano l’unità negli strati da A13 a A1. Ognuno di questi, a sua volta, presenta diversità di facies in rapporto alla granulometria del sedimento che marca il passaggio tra i microambienti nella cavità atriale. A13 e A12 sono pietrisco frammisto a sabbie, A11 e A10 costituiscono un’eccezionale successione di livelli antropizzati alternati a livelli di pietrisco archeologicamente sterile, A9 fino ad A3 vedono il pietrisco crioclastico prevalere sulla matrice eolica la quale, di converso, diventa dominante nella zona esterna alla cavità. In questi strati sono documentate con abbondanti reperti e strutture antropiche le frequentazioni degli ultimi Neandertal (A9-A4) e dei primi sapiens (A3). Al di sopra dello strato A3 si trova il livello A2, corrispondente a un denso accumulo di materiale archeologico riferibile a un uso intenso e ripetuto della cavità nel Paleolitico superiore, con organizzazione degli spazi abitativi.
  • Detriti (Unità D). Una serie di eventi sedimentari, responsabili della formazione di strati di diverso spessore immergenti verso l’interno della cavità e composti da grossi massi, porta alla chiusura della grotta. Sopra un accumulo di pietrisco e massi di frana (D3d), si trova D3a, suolo incipiente sviluppato su sabbie-limose con allineamenti di placchette, al quale segue un accumulo di frana (D1c) con massi frammisti a sabbie, alcuni dei quali scivolati verso l’interno per geliflusso. I sedimenti pietrosi soprastanti (D1d) contengono placchette ma anche un livello carbonioso (D1d base), testimonianza dell’ultima frequentazione umana della cavità. La chiusura definitiva dell’accesso è anticipata dall’uso della cavità come ricovero di iene o leoni delle caverne.

La successione di Fumane si correla su base geocronologica e biostratigrafica ai principali mutamenti climatici del Pleistocene medio e superiore. Date ottenute basate con i metodi dell’U/Th, della termoluminescenza e del radiocarbonio collocano le unità S e parte delle unità BR nel Pleistocene medio recente, mentre la sommità dell’unità BR e le unità A e D al Pleistocene superiore e precisamente agli Stadi Marini Isotopici (MIS) 4, 3 e 2, coprendo parte dell’Ultimo Massimo Glaciale. La successione stratigrafica di Fumane ha le potenzialità per ottenere una maggiore risoluzione con il proseguire del programma di datazioni.

Paleontologia: le faune a mammiferi

Riferibili a una mammalofauna ricca e varia, i resti ossei rinvenuti lungo la sequenza di Fumane sono interpretabili in maggioranza come prede adulte introdotte dall’uomo nel sito. Ciò è indicato dalla presenza di una gamma di tracce tafonomiche sulle ossa, derivate da azioni mirate all’estrazione delle risorse dagli animali quali pelliccia, carne, tendini e midollo osseo. Stigmati e colpi di fratturazione, strie prodotte da coltelli in selce e macchie nerastre derivanti da ripetute combustioni sono solo alcuni segnali di un intenso sfruttamento delle risorse animali nella grotta. Tra i grandi erbivori, gli ungulati più rappresentati sono il cervo (Cervus elaphus), lo stambecco (Capra ibex) e il capriolo (Capreolus capreolus), mentre meno frequenti sono il camoscio (Rupicapra rupicapra), l’alce (Alces alces), il cinghiale (Sus scrofa) e i grandi bovini come il bisonte (Bison priscus) e l’uro (Bos primigenius). Tra gli esponenti della megafauna estinta è stato ritrovato anche il megacero (Megaloceros giganteus), un grosso cervide con grandi palchi, e il rinoceronte lanoso (Coelodonta antiquitatis), insieme al cavallo (Equus caballus).

In momenti alterni rispetto agli accampamenti dei gruppi umani, la grotta è stata frequentata anche da animali carnivori, come testimoniato dall’alto numero di ossa di erbivori con morsi e rosicature tipiche. Tuttavia, è stato provato da diversi segni di taglio sulle ossa, che anche alcune specie carnivore fossero state cacciate e sfruttate sia dagli ultimi Neandertal che dai primi sapiens. L’estrazione delle pellicce è documentata sia sull’orso bruno (Ursus arctos), che sulla forma speloide estinta (Ursus spelaeus), insieme ad animali più “piccoli” quali il lupo (Canis lupus), la volpe (Vulpes vulpes) e la lince (Lynx lynx).

In generale, un ampio spettro di specie carnivore presuppone l’esistenza di una ricca biomassa di prede disponibili, e Grotta di Fumane veniva a collocarsi in un punto non molto distante da ambienti completamente diversi, come testimoniato dal ritrovamento della volpe polare (Alopex lagopus), del ghiottone (Gulo gulo) e dell’ermellino (Mustela erminea), tipici marcatori di ambiente freddo più o meno forestato. Ambienti con maggiore copertura vegetale potevano invece ospitare carnivori come la puzzola (Mustela putorius), la donnola (Mustela nivalis) e il gatto selvatico (Felis silvestris). Da ricordare inoltre, in quanto animali particolarmente conosciuti, sono anche il leone (Panthera leo), il leopardo (Panthera pardus) e la iena (Crocuta crocuta) nelle loro versioni “glaciali”, che dovevano senza dubbio generare qualche pensiero anche alle più organizzate comunità umane.

Sono inoltre rappresentate la lepre alpina (Lepus timidus) e la marmotta (Marmota marmota), inquilina di tane all’interno della grotta; specie decisamente più sporadiche sono invece il castoro (Castor fiber) e l’istrice (Histrix cristata), presente con un unico resto nello strato A12.

La variazione tassonomica lungo la stratigrafia permette di definire oscillazioni climatiche e cambi di assetti vegetazionali attraverso 50.000 anni di occupazione del sito. Un momento climatico fresco, con debole copertura forestale alternato ad ampie praterie alpine e ambienti dirupati, si riflette nella parte basale dell’Unità A dove prevalgono i cervidi insieme a stambecco, camoscio e marmotta. Un progressivo e netto aumento dei cervidi, a scapito delle specie di ambienti aperti, si ha nelle unità A11, A10 e A9, e ciò riflette una variazione climatica in senso temperato umido, con l’espandersi degli ambienti boschivo-forestali. La prevalenza di tali ambienti sembra continuare fino al livello A3, pur registrandosi una tendenza verso condizioni più fresche. Successivamente, un netto cambiamento verso condizioni fredde e più aride si manifesta a partire dal livello aurignaziano A2, con lo sviluppo di ambienti di prateria alpina e steppici e la contrazione di zone umide e boschive. Le specie più strettamente legate alla copertura boschiva temperata diminuiscono, mentre si nota l’incremento di quelle di ambiente forestale più freddo quali il lupo, il ghiottone, la martora, la lince e il leopardo. Più frequenti iniziano ad essere le specie di ambiente aperto a carattere alpino come lo stambecco, il camoscio, la marmotta e la lepre alpina, insieme alla comparsa di piccoli mustelidi, tra i quali l’ermellino e la donnola.

In linea generale, la grande disponibilità ambientale di selvaggina permetteva ai gruppi umani di non dover stabilire delle vere e proprie strategie di caccia, con prede specializzate o particolari classi d’età. Quello che l’enorme insieme osseo di Fumane riflette, è che sia gli ultimi neandertal che i primi sapiens avevano la possibilità di cacciare in ambienti estremamente eterogenei tra loro in prossimità del sito, ricchi di un’ampia varietà di specie.

Paleontologia: le faune a roditori

In virtù della loro sensibilità, anche alle lievi oscillazioni climatiche, la microteriofauna recuperata dagli scavi risulta uno dei migliori bioindicatori a disposizione per interpretare l’evoluzione del paesaggio nei pressi di un sito archeologico.

Un recente studio ha ipotizzato come l’accumulo di oltre 8600 resti di piccoli mammiferi lungo la successione stratigrafica da A11 a D1 sia dovuto sia all’azione predatoria di strigiformi notturni, come gufi e allocchi, sia di predatori diurni come falchi e volpi. Questi animali, una volta digerita la loro piccola preda, ne hanno lasciato i resti nella grotta attraverso borre o feci. Allo stato attuale delle ricerche, 29 sono i taxa identificati: sei specie di insettivori rappresentati prevalentemente da Talpa europaea e Sorex gr.araneus-samniticus, cinque specie di pipistrelli, 18 specie di roditori tra cui Microtus arvalis, M. agrestis, M. (Terricola) multiplex-subterraneus, Arvicola amphibius, Clethrionomys glareolus, Chionomys nivalis, Apodemus sylvaticus, Apodemus flavicollis, riconducibili a diversi ambienti. Questa associazione permette di definire nel dettaglio espansioni e contrazioni di foreste a parco, sviluppo di boschi più radi intervallati da ambienti aperti, picchi di inaridimento e oscillazioni nel tasso di umidità ambientale. La sequenza abbraccia una serie di oscillazioni climatiche responsabili di variazioni dei parametri (temperatura e precipitazioni), con conseguenze sulla densità forestale e l’estensione degli spazi aperti, correlata alla sequenza climatica globale. I dati concordano con quanto osservato dallo studio della macrofauna, aumentando il potere risolutivo di un quadro ambientale altrimenti non definibile dai soli grandi mammiferi, più tolleranti alle oscillazioni climatiche.

Paleontologia: le faune a uccelli

Il complesso faunistico comprende anche centinaia di resti di uccelli riferibili a numerose specie, alcune delle quali sono state segnalate solo raramente nei giacimenti fossili italiani: albanella minore (Circus pygargus), poiana calzata (Buteo lagopus), smeriglio (Falco columbarius), piro piro boschereccio (Tringa glareola), piro piro piccolo (Actitis hypoleucos), civetta capogrosso (Aegolius funereus), picchio dorsobianco (Dendrocopus leucotos), allodola golagialla (Eremophila alpestris), fringuello alpino (Montifringilla nivalis), fanello (Linaria cannabina) e crociere delle pinete (Loxia pytyopsittacus). Gli uccelli più frequenti sono quelli che vivono attualmente in ambiente montano, come il fagiano di monte (Tetrao tetrix), e in ambiente silvano, come il re di quaglie (Crex crex), che vive nei prati alpini e il gracchio alpino (Pyrrhocorax graculus), che occupa gli affioramenti rocciosi. Sono abbondanti anche i resti ossei appartenenti ai rapaci diurni e notturni, soprattutto gheppio (Falco tinnunculus), gufo comune (Asio otus). Ad essi sono associate alcune specie di ambiente acquatico quali germano reale (Anas platyrhynchos), alzavola (Anas crecca), marzaiola (Spatula querquedula)) e gallinella d’acqua (Gallinula chloropus). Tra gli uccelli indicatori di ambienti aperti alpini va segnalata anche la pernice bianca (Lagopus muta). Specie boreali quali pernice bianca nordica (Lagopus lagopus), civetta delle nevi (Bubo scandiacus) e crociere delle pinete (Loxia pytyopsittacus) indicano condizioni climatiche più rigide delle attuali legate a oscillazioni climatiche fredde.

Le superfici ossee dei resti degli uccelli riferibili al Paleolitico medio mostrano la presenza di strie di macellazione su specie attualmente edibili, come il fagiano di monte, il re di quaglie e il gracchio, ma anche su porzioni anatomiche prive di interesse alimentare appartenenti ad Aquila reale (Aquila chrysaetos), gipeto (Gypaetus barbatus) avvoltoio monaco (Aegypius monachus) e ad altri rapaci dai quali i Neandertal estraevano le penne remiganti per un uso ornamentale e simbolico.

Sfruttamento delle risorse litiche

Un aspetto che lega Neandertal e sapiens alla geologia del territorio è lo sfruttamento di rocce silicatiche per la produzione di strumenti e armi mediante la scheggiatura e il ritocco dei bordi delle schegge. L’approvvigionamento riguardava ciottoli, noduli e blocchi di selce prelevati da detrito sciolto, depositi torrentizi e suoli. Tutte le industrie litiche, sia del Paleolitico medio che del Paleolitico superiore, rivelano una scelta della materia prima, che teneva conto delle caratteristiche tessiturali, delle dimensioni di arnioni e blocchi, e di altre in grado di influire sull’attitudine del materiale a ottenere prodotti desiderati secondo le tecnologie di scheggiatura maggiormente in uso: metodo Levallois e metodo Discoide nel Paleolitico medio; metodo Laminare nel Paleolitico superiore. Gli utensili erano punte, anche di piccole dimensioni, raschiatoi laterali e convergenti, raschiatoi trasversali.

Di unicità incomparabile per il Paleolitico medio d’Europa sono alcuni ciottoli fluviali in serpentinite piatti, arrotondati e levigati, che spiccano non solamente per il colore verde brillante, ma anche per delle microscopiche tracce che ne rimandano l’uso a un residuo organico determinato come adipocere. L’insieme ne suggerisce, eccezionalmente, un utilizzo nella manifattura di strumenti in osso. L’evidenza rivela come i Neandertaliani, nel selezionare tali ciottoli, siano stati influenzati da fattori estetici, oltre che funzionali. Infatti, l’area di raccolta, che cade nella piana fluviale dell’Adige sita a pochi chilometri dalla grotta, presenta un’ampia varietà litologica di colori e sfumature differenti, dal grigio, al rosa, al nero, dove i ciottoli in serpentinite sono stati selezionati rispetto ad altri in gneiss e cornubianite.

Nei depositi del Paleolitico superiore, oltre a selci e ciottoli torrentizi locali, qualche manufatto veniva ricavato nella radiolarite degli Scisti ad Aptici proveniente dalle Prealpi Lombarde. Il materiale grezzo veniva lavorato per ottenere prodotti laminari e lamellari, utensili (grattatoi, bulini, lame ritoccate), e piccole punte per le armi da getto. Sono presenti anche utensili in osso e palco di cervide e circa un migliaio di conchiglie marine ornamentali appartenenti a 66 taxa, contemporanee dell’occupazione. Il loro approvvigionamento indica apposite spedizioni o scambi, con una selezione che ha privilegiato le forme più piccole dall’ornamentazione appariscente. La metà di esse è forata.

L’uso della materia minerale riguardava anche i pigmenti.
Se i Neandertal ne facevano uso occasionalmente, i Sapiens apportarono nella grotta ocra gialla e rossa in quantità tale da arrossare ampie chiazze di sedimento con pigmento polverizzato e blocchetti ematitici ad elevata adesività. Si tratta di materiale adatto a essere applicati alla pietra, come attestato anche dal ritrovamento di eccezionali pietre dipinte. La più nota mostra un antropomorfo, visto frontalmente con due corna (forse una maschera) sul volto, le braccia tese verso l’esterno e le gambe allargate. La mano destra regge qualcosa che pende verso il basso, forse un oggetto rituale. Un’altra rappresenta un animale a quattro zampe visto di fianco; di lettura più incerta le altre.

Grazie alla conservazione di un archivio così ricco ed eccezionalmente conservato, Grotta di Fumane può essere considerata, nei limiti di questa tipologia di siti geologici, paleontologici, archeologici e antropologici, un archivio di riferimento per il Pleistocene e il Paleolitico del Norditalia. Molti dei dati acquisiti in questi ultimi trent’anni sono risultati di notevole interesse per la paleoecologia del Pleistocene medio e superiore e per la ricostruzione delle dinamiche bio-culturali degli Uomini di Neandertal e dei primi sapiens nel Paleolitico medio e superiore, in una fase chiave della nostra evoluzione che ha conosciuto rilevanti eventi climatici, estesi processi migratori e profondi cambiamenti culturali il cui studio necessita di sequenze sedimentarie e archeologiche articolate e abbondanti nel contenuto di reperti. Numerose grotte contengono queste informazioni, ma solo eccezionalmente le presentano a un grado di risoluzione così elevato come quello di Fumane.